lillistar

Dispacci e pensieri dalla metropoli più videocontrollata del mondo.

Uscita di 'Sacrificio'

Segnalo l'uscita del nuovo romanzo di Giacomo Sartori, 'Sacrificio', per Pequod questa settimana.


Contenuto:
Un gruppo di ragazzi in una piccola cittadina dell'Alto Adige. Diego, Katia, Andrea, Anna e Franco, detto Frank, sono il gruppo sparuto di giovani "rimasti". Intorno solo montagne, fiumi, valli, un unico bar al centro dell'unica piazza del paese di tremila anime. Non hanno alcuna prospettiva per il futuro se non quella di fare il pastore, il contadino, la guardia forestale come i padri e ancor prima i nonni. I giorni, le notti, sono tutte uguali, e così l'unica via d'uscita è ubriacarsi fino a non rimanere in piedi, drogarsi fino a non capire più niente, mettere in gioco la propria vita come fosse nulla, qualcosa che non ha valore né importanza. Durante una delle corse sfrenate del sabato sera a bordo di vecchi e ammaccati pick-up, imbottiti di whisky e birra, Andrea, il più giovane della compagnia, perde la vita. Diego viene quasi ammazzato a furia di calci e pugni da Frank, il suo migliore amico, soltanto per essersi lasciato sfuggire una parola in più. La violenza diventa l'unico diversivo, ciò che accende ogni cosa, l'unico modo per sentire di esistere. Giacomo Sartori dipinge l'affresco della più buia provincia italiana, quella di cui non si parla mai o raramente sui giornali o in televisione, chiusa in valli inaccessibili.

 

La vicinanza emotiva a chi lo ha scritto e il grande rispetto che ho per lui come scrittore mi spinge a segnalarlo anche prima di averlo letto. Ne approfitto per citare il suo precedente romanzo, Anatomia della Battaglia, uscito nel 2005 per Sironi, e postare un'intervista che ho preso in prestito qui.

 

 

Intervista a Giacomo Sartori
Sergio Rotino, Ferndandel, 01.03.2006
Un libro duro, Anatomia della battaglia, assolutamente non pietistico. L’ ultimo lavoro in ordine cronologico di Giacomo Sartori offre al lettore pagine di estrema densità che, attraverso le figure contrapposte quanto inconciliabili di un figlio e di un padre, parlano della Storia, della nostra Storia, intrisa di ideologie mal digerite o mai lasciate veramente alle spalle. Sartori maneggia con forza questo dualismo, nel tentativo titanico di arrivare a una non conciliazione laica, con sullo sfondo tracce della lezione di Böll e la petrosità di una terra spigolosa qual è quella del Trentino. Stilos ha intervistato l’autore.

Lei vive già da molti anni in Francia, ma Anatomia della battaglia è fortemente legato al Trentino, sua terra d’origine.

Ho passato gran parte della mia vita da adulto all’estero, anche fuori dall’Europa, ma in effetti con miei romanzi è rispuntato il Trentino-Alto Adige. Ciò non corrisponde affatto a una decisione intenzionale. Però, tra i tanti progetti che uno scrittore ha in testa, alcuni vanno in porto, altri no, e in questo nulla è casuale. Evidentemente la mia terra di origine mi aveva marcato molto più di quanto ne fossi cosciente, quindi avevo in un certo senso “da dire la mia”, sentivo la necessità di descrivere questa parte d’Italia in cui sono cresciuto… e con la quale, a dire la verità, ho un rapporto tutt’altro che facile.

Il romanzo narra di un padre fascista e di un figlio inetto, che negli anni Settanta entra a far parte di un gruppo terroristico per un breve periodo. Perché ha insistito su questo dualismo e sulla vistosa debolezza psicologica del figlio, che è il personaggio principale e il narratore della storia?

Per scrivere i miei romanzi non parto da tesi preconcette. Anche quando ne preparo uno e perciò leggo e studio molto, nella scrittura il mio approccio resta intuitivo. Mi attira il poter arrivare a esprimermi con strumenti che sento profondamente miei, che condensano il mio modo di essere e le mie conoscenze. Qui sono partito dalla figura di un vecchio che era stato fascista – e che ha continuato anche dopo la fine del fascismo a definirsi tale – ispirata per molti versi a mio padre. Ma poi, nello scrivere il romanzo, è spuntato fuori un figlio schierato a sinistra e sono venuti fuori gli anni Settanta, e il terrorismo, e la fragilità della condizione attuale contrapposta alla sicumera del ventennio fascista, e la rete di legami tra tutti questi elementi. Nella redazione finale è effettivamente presente questa dualità dove il padre rappresenta la forza e il figlio la fragilità, contrapposizione tutt’altro che casuale. Ma è vero anche il contrario: per molti aspetti la debolezza del figlio è una grande forza e la forza del padre è una irredimibile fragilità. Il figlio, benché fallito, è sicuramente più maturo del padre. Comunque le varie contrapposizioni sono un punto di arrivo, con tutto il margine di incertezza legato a qualsiasi processo di ricerca di verità, per definizione vano, non un punto di partenza.

Il suo romanzo può essere letto come una critica bipartisan alle esperienze del fascismo e dell’estrema sinistra? Intese entrambe come etica e non come pura ideologia?

Assolutamente no. Credo che un romanzo, un buon romanzo, non possa e non deva dare delle risposte semplici. Sia il fascismo che il terrorismo degli anni 70-80 sono dei fenomeni estremamente complessi. Per quanto mi riguarda, ritengo che ogni semplificazione e ogni superficiale confronto siano da evitare. È compito degli storici cercare di semplificare e di trovare i minimi comuni denominatori. I romanzieri colgono invece l’estrema complessità e la contraddittorietà del reale, lavorano anche su quanto nella coscienza comune – o addirittura nella ricerca storica – è ancora rimosso. Certo, un testo letterario può suggerire delle piste, ma per l’appunto sono solo delle ipotesi, delle intuizioni. Nel mio testo non c’è una sola tesi, ma una maglia di tesi che si eludono e si contraddicono a vicenda. Tesi non solo storiche, ma psicologiche e psicanalitiche. Resta il fatto che i legami tra terrorismo degli anni 70 e gli anni della Resistenza, tra una riattivazione di una logica della violenza negli anni 70 e il modo in cui l’Italia è uscita dal fascismo, tra il non fare i conti con il passato e, in un certo senso, riviverlo, mi sembrano innegabili. Il vero problema credo sia la rimozione del fascismo e delle pesanti eredità che esso ha lasciato, e forse lascia ancora, operata ancora oggi dagli italiani. Nel romanzo questa rimozione non c’è, il che mi permette maggiore libertà di movimento. Ciò non vuol dire che fascismo e terrorismo di matrice comunista, anche se entrambi utilizzano la violenza, e almeno questo in comune lo hanno, vengano posti sullo stesso piano.

Siamo di fronte a una visione di assoluta irredimibilità nel rapporto con la Storia, da parte dell’Italia e di tutto l’Occidente?

Mi sembra che noi occidentali abbiamo un po’ la tendenza a considerarci al di sopra della Storia. Preferiamo rappresentarci un mondo asettico dove tutto è sotto controllo, e la Storia è in un certo senso evacuata. E mi sembra che noi italiani, anche grazie al sessantennio di pace di cui abbiamo goduto, facciamo ancor più questo errore. In realtà siamo profondamente calati nella Storia e, in un certo senso, ne siamo tutti delle vittime. Le nostre famiglie sono profondamente marcate dalla Storia del Novecento. Il Novecento per l’Europa è stato spaventoso, e i traumi storici non si riassorbono certo nello spazio di una o due generazioni.

In Anatomia della battaglia si inseguono varie metafore, tutte occlusive, che vietano l’avvicinamento, fra i due protagonisti. Se questo desiderio esiste, ci dicono quanto sia impraticabile, perché non si possono riconciliare idee e identità, epoche, caratteri?

Sì, certo, anche le metafore sono utilizzate per esprimere la distanza tra padre e figlio. In tutti i miei romanzi le metafore e i paragoni hanno moltissimo spazio. Proprio per l’approccio non cerebrale che esse implicano, per la loro carica multisemica, per la loro potenza evocativa e, nello stesso tempo, per il profondo lavoro sulla lingua che esse presuppongono e richiedono.

Mi sembra che la presenza ossessiva della morte cementi le varie parti del romanzo. Tutti i protagonisti, dal narratore risalendo fino al nonno, hanno a che fare con la morte, come se questa presenza sia il grado zero da cui guardare le cose, per quanto con grande difficoltà.

Le tre generazioni presenti in questo libro hanno in comune il fatto di avere vissuto la guerra, di essersi ritrovate in battaglia. Per ciascuna di esse la presenza della morte è quindi un dato di fatto, una esperienza naturale. Secondo me questa è la realtà di moltissime famiglie italiane, anche se la visione che abbiamo può essere molto diversa, molto più superficiale e rosea. La Prima guerra mondiale è stata un’ecatombe; anche la Seconda guerra è stata un evento molto traumatico, soprattutto è molto presente anche nelle generazioni degli anni 50 o addirittura dei 60. La guerra era rimossa, ma c’era. Se non altro nel modo di essere e di ragionare dei genitori. Gli anni 70, il periodo in cui la generazione di cui parlo è diventata adulta, non sono stati certo una guerra, ma pur sempre un periodo di estrema violenza, di morte. Anche lasciando stare il terrorismo, l’eroina – che per molti versi può essere vista come un seguito dell’ubriacatura politica – ha falcidiato la mia generazione.
 

 

Inviato da lillistar ( Random ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

volpina

 

vopina che dorme nel mio giardino! 

Inviato da lillistar ( Random ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

pasticcio di polenta

...o anche "polenta disaster"

 Niente, tanto per scrivere qualcosa, posto questa ricetta appena inventata e sperimentata: 

-polenta istantanea cotta in 3 minuti 

-melanzane

-pomodoro 

-ceci

-del formaggio che si scioglie

 

Fatta la polenta la si stende a raffreddare in una terrina bassa e lunga di modo da poterla poi tagliare a striscioline piu' tardi.

Intanto si friggono friggono friggono le melanzane. Poi si fa partire una specie di sugo al pomodoro a cui si aggiungono i ceci (previa cottura) e le melanze fritte.

Nel frattempo la polenta dovrebbe essersi raffreddata e rappresa.

Tagliata a striscioline e in una terrina da forno un po' profonda fate degli strati di : polenta, sugo, formaggio, polenta sugo, formaggio, finche' non finite gli ingredienti. Via in forno per 20 minuti a 180 gradi.  

 

 Mentre friggete, vi consiglio di ballare e cantare il Chiki-Chiki Precario e sguasciarvi dalle risate:

 

Inviato da lillistar ( ars culinaria ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

sara' che e' primavera

frogs

...e tutto sta espodendo, ma mi sento come se avessi bevuto una boccetta di ecstasy liquida (esiste? mah). 

in realta' non so se e' la metafora giusta, mi sento in uno stato di perenne agitazione quando dovrei essere calma e centrata per concentrarmi sullo studio. ho vogli di emozioni e connessione e amore e mille cose, voglio bene a tutti ma desidero un'intensita' che pochi mi sanno dare. per cui spesso vorrei solo sbattere la testa contro il muro per la frustrazione.

argh. vorrei che passasse.  

Inviato da lillistar ( me, me, me ) :: Commenti (1) :: Permalink :: Trackback (0)

pasta all'uovo strapazzato

Pasta all'uovo strapazzato

come tante altre ricette fast-food fai da te, questa ricetta mi e' stata insegnata da mio padre - io e mio fratello ne andavamo matti da piccoli, e da grandi e' diventata tipica delle situazioni di stress da studio, indedia totale o pasto veloce a tarda notte. E' una variazione minimalista sulla ricetta carbonara vegetariana.  

Ingredienti:

-pasta di qualsiasi tipo ma le farfalle sono particolarmente adatte

-due uova

-grana  

Una volta che la pasta ' cotta e scolata, spaccateci dentro due uova, il grana e del pepe, girate furibondamente e aspette che l'uovo si cuocia per bene che e' pericoloso l'uovo crudo. Mangiate davanti al computer con su le cuffie. 

 

 

Inviato da lillistar ( ars culinaria ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

Love and words are politics

Sono riuscita ad acchippare un  solo biglietto per il London Lesbian and Gay Film Festival  che e' appena cominciato ed e' gia' quasi completamente sold out (a dispetto di chi dice che non ha piu' senso fare un festival dedicato ai film LGBTQ, evidentemente un desiderio esiste). 

 (Continua)

Inviato da lillistar ( Surveillance ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

ti annoi sull'autobus?

...d'ora in poi mai piu'!

Stando comodamente sedut* sulla tua poltroncina potrai fissare una schermo e guardare te stessa e altri passeggeri annoiati guardare lo schermo. che trip!

******

invece se volete farvi quattro risate, guardatevi questo clip segnalato da gerdaphoto

sembra infatti che un gruppo di ricercatori gay abbia finalmente indivuduato il gene che causa orientamenti cristiani e stia sperimentando su dei rattini come impedirne la trasmissione. Anche i genitori di figli cristiani sono sollevati dalla notizia.

*******

Per il resto, buona giornata a tutte e tutti. io mi butto nel lavoro.

Inviato da lillistar ( Surveillance ) :: Commenti (1) :: Permalink :: Trackback (0)

pelo superfluo

E' sabato mattina, mi sveglio tardino e mi volto verso il mio unico e fedele compagnio di letto da qualche mese a questa parte (13 pollici, bianco e non e' mai troppo lontano da me, cos'e'?), faccio colazione con gli ovetti di cioccolata che mi ha mandata la mamma per pasqua, e entro in vena nostalgico/melaconica ascoltando qualche canzone dei CCCP mentre sbircio fuori verso un cielo finalmente un po' blu.

Questa specie di aria primaverile mi fa pensare alla scorsa primavera e a tutta l'acqua che e' passata etc etc. (avete capito il sentimento).

Insomma, un anno fa circa si stava occupando in Mayer a Trento e nasceva il Centro Sociale Bruno/2. Ne parlavo in termini entusiasti qui.

Erano momenti emozionanti perche' non solo si riconquistava e si faceva vivere un palazzo abbandonato da anni, e si lottava per poterlo tenere, ma sopratutto perche' sembrava che vecchie fratture politico/personali molto dolorose e profonde si stessero incominciando a rimarginare e che stessa nascendo un'esperienza veramente plurale in cui persone diverse potessero apportare le loro sensibilita' politiche, artistiche, culinarie.

La primavera e' stata intensa, fitta e emozionante, culminata in una grossa manifestazione nazionale, e piena di feste, concerti, tornei di ping pong, mangiate, azioni, cose da centro sociale. 

Non voglio farla troppo lunga, chi conosce la storia la conosce gia', la mia personale purga e' venuta presto, dopo che io e altre donne abbiamo cercato di perlare di femminismo all'interno dello spazio. Questo forse era un passo troppo impegnativo per alcuni uomini e sono esplose delle dinamiche sessiste striscianti e violente che mi hanno lasciata scossa per un bel po' di tempo. Di nuovo fratture e accuse da parte di compagni e si, compagne a cui comunque ero legata.  

Un attaco particolarmente aggressivo a tarda notte in un corridoio dell'enorme palazzo, in cui mi sono state gridate addosso accuse su accuse da uno degli uomini che avevano piu' potere nell'occupazione, mi ha spinto a spaccare un ombrello su una ringhiera fino a ridurlo a brandelli dalla rabbia. Vorrei averglielo spaccato in testa. 

E' passato quasi un anno dagli inizi, e posso dire di essere guarita quasi completamente da questa esperienza. Ho rasato via il superfluo, e tutto questo non mi tocca piu'. Forse presto portei anche ricominciare a fare politica. Con attenzione.

A Trento intanto il Centro Sociale ha una nuova casa, bella, perfetta. Sembra che sia stabile, nessuno parla di sgomberi. Non c'e' piu' bisogno che l'esperienza sia plurale e allargata, il cs si e' richiuso su se stesso e su pochi intimi fidati. Fino alla prossima emergenza. 

 

 

Inviato da lillistar ( me, me, me ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

verde

field/3

field/s

 

 

field

 

 

 

 

 

Inviato da lillistar ( Random, Visual ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)

continua la guerra contro le/i disoccupat*

Grazie a C. per avermi segnalato questo articolo

che descrive come in un Jobcentre inglese (il luogo dove si va a cercare lavoro, o meglio, a richiedere il sussidio di disoccupazione) stiano sperimentando una speciale "macchina della verita'" che dovrebbe rilevare segni di stress nella voce di chi parla.

La macchina, chiamata Liedetector, e' stata eleborata dal Mossad e viene usata durante interrogatori con Palestinesi sospetti di terrorismo. Se l'utilizzo del Liedetector sara' condiderato un successo (se cioe' aiutera' a sottrarre il sussidio di disoccupazione ad un numero abbaztanza elevato di persone), potrebbe venire introdotto in tutti i Jobcentres del Regno Unito.... 

 

Inviato da lillistar ( Surveillance ) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)
«Precedente   1 2 3 4 5 6 7 8  Successivo»
Take back the Tech

si dice
Nessuna societa' ha mai preteso altrettante prove di sottomissione ai diktat estetici, altrettante modificazioni al corpo per renderlo piu' femminile *Virginie Despentes, King Kong Girl*

toccarsi e' bello

grazie a porno per avere segnalato l'immagine, che viene originariamente da Contro la famiglia: Manuale di autodifesa e di lotta per i minorenni AA.VV.
Archivi

  • Settembre 2008
  • Agosto 2008
  • Giugno 2008
  • Maggio 2008
  • Aprile 2008
  • Marzo 2008
  • Febbraio 2008
  • Gennaio 2008
  • Dicembre 2007
  • Novembre 2007

cerca

Categorie

  • Generale
  • Visual
  • mini-london: miniguida alla sopravvivenza nella GrandeMetropoli
  • londra
  • Random
  • Surveillance
  • me, me, me
  • ars culinaria

Menù

  • Principale
  • Album
  • RSS feed
  • Atom feed

Link

  • Friends & Co.
    • NonSoloMamma
    • Malapecora
    • Indipendanza
    • Pour les analphabtes
    • espanz
    • B/sogno
    • Ruinist
    • Finoaquituttobene
    • London mink
    • Aqui estoy
  • Gender - art&representation
    • Threadbared
    • gerdaphoto
    • Badhole
  • Gender - lotte, news, info
    • Femminismo a sud
    • Atelier Betty
    • Mother from Gaza
  • Gender - science & tecchie stuff
    • Take back the Tech
    • She's such a geek
    • Female Science Professor

Powered by LifeType, NoBlogs.org and A/I Collective